lunedì , 15 luglio 2019
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Intervista a Roberta Invernizzi: “Casistica”

Michele: “Casistica” fa rima con “statistica”: il caso, le probabilità, le previsioni… hanno qualcosa a che fare con le tue opere?

Roberta: appartengo alla schiera di coloro che credono al destino e quindi leggono nei “casi della vita” dei significati, degli “avvertimenti”… insomma, non mi arrendo al pensiero che intrecci ed eventi siano del tutto privi di senso. Per quanto riguarda le previsioni, ho smesso di farne da tempo e di credere a quelle elaborate da altri… a partire da quelle meteo! Le sorprese sono sempre dietro l’angolo! Il titolo “Casistica” richiama ad una sorta di collezione di emozioni e stati interiori che intendo esprimere attraverso i miei lavori. Il gioco di parole è con “casa”, la protagonista dei lavori, simbolo denso, intenso, anche ambiguo.

Michele: Hai volutamente evitato di attribuire i titoli alle tue opere, offrendo ai visitatori della tua mostra (svoltasi presso il circolo “Officine Sonore” di Vercelli nei mesi scorsi) la possibilità di suggerirti il titolo da associare ad ogni tuo “quadro”. Hai addirittura allestito una cassetta delle lettere, in cui i visitatori potessero inserire i propri suggerimenti e commenti sotto forma di bigliettini…

Roberta: sono molto curiosa di capire ciò che chi osserva legge nei miei lavori: in fondo è un debutto! Inoltre trovo che i titoli soffochino un po’, indicando una lettura prevalente se non esclusiva: preferisco che lo sguardo dell’altro goda di una maggiore libertà.

Michele: Hai ottenuto i riscontri che desideravi?

Roberta: sì, ho letto alcuni suggerimenti davvero interessanti, insieme a quelli scherzosi, provocatori e intenzionalmente “fuori tema”.

Michele: Ora le tue opere hanno tutte un titolo?

Roberta: non tutte: alcune attendono ancora! anche per questo ho pensato di approfittare ancora dell’ospitalità delle Officine Sonore…

Michele: Qual è il messaggio che più ti ha colpito?

Roberta: numerose sono state le proposte che includevano riferimenti a parti anatomiche, per esempio all’intestino. Mi è piaciuto questo legame colto con la fisicità, con la corporeità.

Michele: Altri messaggi che hai ricevuto ed hai trovato interessanti?

Roberta: il suggerimento di concentrarmi sulla tecnica per sviluppare meglio idee apprezzate
dallo scrivente; mi sembra uno spunto utile!

Michele: Le tue sono opere tridimensionali: puoi descrivere la tecnica che hai utilizzato per crearle?

Roberta: uso basi in legno e fondi di stucco in polvere più o meno densi a seconda delle mie esigenze specifiche; i colori sono acrilici, a volte spray, a volte a pennello; gli oggetti sono di varie materiali, dalla resina al metallo…

Michele: Quando si parla di tridimensionalità, oltre alla vista, entra in scena un altro senso: il tatto. Le tue opere sono fatte per essere toccate?

Roberta: certo, se lo si desidera! Della tridimensionalità mi piace soprattutto il fatto che le parti protuberanti proiettino ombre e raccolgano la luce in modo variegato sulla loro superificie. E soprattutto mi piace molto l’idea che i miei lavori si possano o debbano osservare da vicino, a qualche millimetro di distanza!

Michele: Quale vorresti che fosse il destino delle tue opere? Appese alla parete di un salotto anni ’70, custodite nel magazzino di un grande museo, in una scatola di cartone sotto il letto, rubate da un trafficante di opere d’arte, appese alla parete dell’ufficio di un alto dirigente di una potente multinazionale, sulla parete dietro il bancone di un qualsiasi Roxy bar, esposte al Moma d New York, nel cavò di una banca…

Roberta: temo di avere meno fantasia di te! Il mio desiderio sarebbe saperle appese alle pareti di una casa in cui si viva con intensità e pienezza, con passione, con desiderio di fare e con volontà di essere buoni, sempre migliori nel tempo, ciascuno per le proprie vie…

Michele: Cos’è per te la casa? Un rifugio o un luogo da cui fuggire?

Roberta: la casa è un’estensione di me; mi deve rispecchiare, anche in alcuni semplici ma significativi dettagli. Nei colori, per esempio, nella luce (tanta, grazie!) e nella distribuzione degli spazi vuoti. Posso dormire ovunque, ma quella non è casa.

Michele: Vedi la casa come un punto fermo, statico, immobile o come qualcosa che cambia, scorre, si evolve e si trasforma nel tempo e nello spazio?

Roberta: la casa si muove con me, anche senza necessità di traslochi veri e propri. Come il guscio per la chiocciola.

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