lunedì , 23 ottobre 2017
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La storia del pittore Natale Carlo Picco

Questa è la storia di un ragazzo di sedici anni, che nel 1912 partì da Pezzana – paese che si trova in provincia di Vercelli – si imbarcò insieme ad un amico a Genova, in direzione dell’America. Si stabilì in una città chiamata Waterbury, dove trovò lavoro presso un negozio di orologi. Iniziò a studiare arte…

Era il millenovecentododici, Natale Carlo Picco (Talu, per amici e parenti) viveva a Pezzana, nella cascina Polese, assieme alla sua famiglia di origine. Era il più vecchio di sette fratelli: quattro maschi e tre femmine.

Aveva sedici anni e pensava spesso al futuro; ricordava con affetto lo zio, un pittore scomparso prematuramente all’età di soli ventisette anni; avrebbe voluto seguirne le orme, imparare a dipingere e diventare un’artista, ma sapeva che per poter perseguire quell’obiettivo avrebbe dovuto studiare parecchio. Allo stesso tempo, le esigenze della sua famiglia aumentavano: Mario, il fratello più giovane, era appena nato e Talu sentiva la necessità di contribuire all’economia di casa Picco. Gli fu chiaro che solo un cambiamento radicale della sua vita gli avrebbe offerto l’opportunità di avvicinarsi, anche solo in modo amatoriale, al mondo dell’arte. Sapeva leggere, scrivere ed era piuttosto bravo a disegnare, ma questo non faceva di lui un pittore e quel che più conta, non gli garantiva un reddito. Rimanere a Pezzana avrebbe significato lavorare dal mattino alla sera per un basso salario e gli avrebbe precluso la possibilità di continuare gli studi.

Si confidò con un amico di soli due anni più vecchio, Giovanni; gli parlò della possibilità di partire per l’America. Dedicarono un mese intero all’organizzazione del viaggio. Erano eccitati all’idea e non pensavano ad altro. Non fu semplice convincere i genitori ed i parenti, ma Talu era deciso a partire.

Il sedici ottobre di quell’anno si imbarcarono sul Duca D’Aosta: una nave costruita quattro anni prima dai Cantieri Siciliani; aveva una stazza di oltre settemila tonnellate, doppie eliche, due alberi e due fumaioli, macchine a vapore con quadrupla espansione e sviluppava più di sedici nodi di velocità. Poteva trasportare sessantasei passeggeri in prima classe, centoventidue nella seconda e millesettecentoquaranta in terza, “classe degli emigranti” la chiamavano. Chissà quali sentimenti provarono i ragazzi di Pezzana quando la videro? E’ probabile che non avessero nemmeno mai visto il mare prima di allora.

Il ventinove ottobre si trovarono ad Ellis Island, New York. L’impiegato dell’ufficio d’immigrazione compilò il registro. Riga numero ventotto della pagina: Picco Natale, anni 16, operaio, capace di leggere e scrivere, cittadinanza italiana, figlio di Edoardo residente a Pezzana. Riga numero ventinove: Trecate Giovanni, anni 18…

Erano passati solo tre mesi e tre settimane dal giorno in cui i due amici si erano incontrati ed avevano iniziato a parlare dell’America; ora erano a Pittsburgh in Pennsylvania, luogo in cui venivano condotti molti degli emigranti che sbarcavano ad Ellis Island. Pittsburgh in quel periodo era una città con quasi mezzo milione di abitanti e lì si produceva almeno un terzo di tutto l’acciaio prodotto negli Stati Uniti. E’ probabilmente a questo punto che le strade dei due amici si separarono. Talu, per i due anni successivi, si trasferì da una località all’altra, alla ricerca di un luogo in cui stabilirsi. Iniziò a praticare il pugilato; non sappiamo quanti incontri sostenne, ma quando molti anni più tardi tornò in Italia a trovare i suoi parenti, raccontò di essere stato un pugile e a chi lo ascoltava con interesse, lui mostrava con orgoglio il suo naso mal ridotto. In quel periodo, lavorò nelle miniere di carbone, in una fabbrica per la lavorazione del ferro e per le ferrovie.

Nel millenovecentoquindici arrivò a Waterbury, una città della contea di New Haven, stato del Connecticut. Vide delle colline: gli ricordavano quelle del Monferrato, che nelle giornate limpide si scorgono all’orizzonte da alcuni punti della strada che da Pizzarosto va a Pezzana. Ebbe qualche difficoltà a trovare un impiego, fino a quando un signore di nome John Manna lo assunse in un negozio di orologi. Fu a quel punto che riprese in considerazione l’idea di studiare arte. Un architetto, Henry Butler, gli fece il nome di Minnie Roger Steele, un’artista che aveva lo studio al 24 di Maple St. Talu, che in America aveva incominciato a farsi chiamare Charles Picco, per tre anni prese lezioni dalla signora Steele, che successivamente lo indirizzò da Lewis York ed Herbert Gute, entrambi insegnanti presso la Yale School of Art. In seguito, frequentò anche un corso tenuto dal critico d’arte Robert Brackman.

Natale Carlo Picco, detto “Talu” (Charles Picco)

Il 13 marzo del ’20 il tenore Enrico Caruso cantò per il pubblico di Waterbury; il costo del biglietto era di quattro dollari. Sembra che Talu fosse presente in sala, poiché molti anni dopo dichiarò, in un’intervista ad un giornale locale, di aver assistito ad una performance del famoso tenore. Oltre alla pittura amava anche la musica ed il cinema. “Prese lezioni di violino, gli sarebbe piaciuto suonare durante la proiezione dei film; in quel periodo il cinema era muto e le immagini proiettate sullo schermo venivano accompagnate da musicisti presenti in sala, ma quando finalmente imparò a suonare bene, venne introdotto il sonoro”, racconta il nipote Giuseppe Degrandi di Pezzana.

Nel frattempo continuava a disegnare; durante il tempo libero si esercitava per ore ed ore a ritrarre nature morte e statue classiche, utilizzando esclusivamente il carboncino. Solo dopo aver appreso a fondo la tecnica, iniziò a dipingere ad olio e tempera. Ha sempre sostenuto che gli studi a carboncino costituissero le basi fondamentali per la futura crescita artistica di ogni aspirante pittore.

Nel millenovecentoquarantasette ritornò per la prima volta a Pezzana. Riabbracciò i suoi genitori e mostrò loro alcuni dei quadri che aveva realizzato. Descrisse a suo padre il centro di Waterbury: la città in cui si era stabilito; il genitore espresse il desiderio di vedere un’immagine di quel luogo. Talu gli promise che l’avrebbe dipinto e glielo avrebbe mostrato durante il suo prossimo viaggio in Italia. Tornato in America iniziò subito a lavorare al suo primo quadro di Exchange Place (il centro di Waterbury). Lo aveva appena terminato, quando ricevette un telegramma che lo informava della grave malattia del padre; preparò subito i bagagli, prese anche il dipinto ed andò a trovare per l’ultima volta i suoi genitori. Furono molto contenti della sua visita.

Charles Picco realizzò altri dipinti dedicati a Waterbury, città che amava profondamente ed in cui a metà anni ’50 fece una mostra personale. Giuseppe Trotta, un artista italo-americano residente in Connecticut, gli suggerì di allestire una personale anche a New York. Talu prese in seria considerazione il consiglio del Trotta, ma non siamo riusciti a scoprire, se effettivamente venne organizzata la mostra. Sappiamo, invece, che inviò le fotografie dei suoi dipinti ad alcuni critici…

Un giorno ricevette una lettera su carta intestata: “The Metropolitan Museum of Art 1000 Fifth Avenue. New York. New York”. Era datata 30 agosto 1965. In quel periodo, Henry Geldzahler ricopriva il ruolo di Associate Curator presso il Metropolitan. In particolare, si occupava di pittura e scultura americana. Ecco cosa scrisse: “Gentile Signor Picco: Grazie per averci inviato la foto del suo quadro. Possiamo tenerla nei nostri archivi? Sarò in città fino alla fine di settembre e se vorrà scrivere o chiamare per fissare un appuntamento, vorrei vedere il suo dipinto e le fotografie di altre sue opere. Trovo il suo quadro interessante e di buona qualità”.

Si trattava dell’opera “Center at Waterbury”: una veduta della zona chiamata “Exchange Place”. Pochi mesi più tardi la Woodward Foundation acquistò il dipinto, che qualche tempo dopo donò al Metropolitan.

Natale Charles Picco morì nel 1978 a Waterbury, CT. Era contento della vita che aveva vissuto, non si era sposato, non aveva avuto figli, ma sapeva che un suo quadro si trovava in uno dei musei più importanti del mondo e ne era orgoglioso.

Nel millenovecentonovantatré Lowery Stokes Sims, che all’epoca lavorava nello staff del Metropolitan, rispondendo ad una lettera della sorella di Talu, confermò che il dipinto intitolato Waterbury era presente nella collezione del Museo.

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